un blog sulla musica ascoltata, scritta e vissuta dal pargolo®
... e a tutti coloro che hanno bisogno di sentirselo dire o meglio ancora cantare
It isn't very difficult to see why
You are the way you are
Doesn't take a genius to realise
That sometimes life is hard
It's gonna take time
But you'll just have to wait
You're gonna be fine
But in the meantime
Come over here lady
Let me wipe your tears away
Come a little nearer baby
Coz you'll heal over
Heal over
Heal over someday
And I don't wanna hear you tell yourself
That these feelings are in the past
You know it doesn't mean they're off the shelf
Because pain's built to last
Everybody sails alone
But we can travel side by side
Even if you fail
You know that no one really minds
Come over here lady
Don't hold on but don't let go
I know it's so hard
You've got to try to trust yourself
I know it's so hard, so hard
Come over here lady
Let me wipe your tears away
Come a little nearer baby
Coz you'll heal over, heal over, heal over someday
Heal Over - KT Tunstall
Se per ora mi vedete latitante, cioè, in pratica, non mi vedete frequentare codesti lidi telematici, non è perché mi sia accaduto qualcosa di brutto, ma é che verosimilmente sono troppo impegnato a vivere. A dirla tutta per bene sono preso dal trovare le combinazioni giuste per risolvere quel gigantesco cubo di Rubik che è la mia vita. È insieme un gioco di intelligenza e di istinto: l’istinto porta inconsciamente e automaticamente a voler mettere insieme tutti i quadratini di uno (solo uno…) stesso colore, la ragione, invece, intuisce bene che sistemare una faccia sola, per quanto gratificante e rassicurante, è pressoché inutile se si vuole davvero completare l’intero cubo.
Naturalmente la vita ha molti più colori di un cubo a sei facce e cercare di sistemarli tutti, tutti contemporaneamente, ha tutto il sapore dell’impresa impossibile… Ed anche se fa paura, anche se fa male, anche se sembra impossibile questo è l’unico modo che abbiamo per salvarci, ovvero quello di salvarci per intero (con tutte le facce, con tutta la faccia). In tema di vita e di facce mi viene spontanea una citazione del mio caro conterrone Mario Venuti che per quanto ovvia è anche profondamente vera:
“…Bisogna metterci la faccia
che tu non voglia
o che ti piaccia
bisogna metterci la faccia
qualunque cosa tu dica
o tu faccia
Si può infrangere la legge
ma non c'è un make-up per l'anima…”
In più è come se in questo momento stessero intervenendo delle strane forze, campi magnetici, macchie solari, scudi spaziali e roba simile che spostano, secondo una logica a me occulta, i quadratini che sono riuscito a mettere apposto e quelli che rimangono ancora da sistemare. Accade tutta una serie di eventi non previsti (e non mi riferisco ai risultati elettorali che in fondo per me erano quasi una certezza in questo mondo profondamente incerto) che finiscono per rimettere in gioco una ad una tutte le tue certezze, che ti costringono ad andarle a riposizionare giusto per capire se stavano messe al posto giusto semplicemente per fortuna o perché là ce le hai volute mettere tu.
Certi giorni credo di avere completato una faccia del cubo e mi sento felice, qualche giorno dopo mi dico che non serve a niente…
Questa settimana, per la prima volta dopo un po’ di anni, mi son sentito veramente felice e non mi importa niente se la felicità è durata solo un giorno, chè tanto lo sappiamo: la felicità si misura in intensità e non in durata…
Ho provato quell’attimo di gioia di cui parla Mario Venuti in un’altra sua canzone:
“…Un attimo di gioia terrena
come un fiume in piena
mi sorprende nel mezzo della corsa
scioglie la morsa per un po’.
Un attimo di gioia che viene senza avvertimento.
Io vorrei fermarla oppure andrei di corsa
a quotarla in borsa… non si sa mai…”
Ad ogni modo io ci capisco sempre meno e mi sorge il dubbio che De Gregari, sebbene mi costi ammetterlo, avesse ragione: “e non c’è niente da capire”.
Ora scappo a far la spesa, chè la vita vera chiama ed il frigo non si riempie da solo.
Ciaü e buona vita a tutti! =)
P. S. E se qualcuno volesse sapere come mi sento ora, sempre il buon Mario saprà darvi una risposta:
“…Se noi vogliamo dare il dono piccolo o grande che sia
non c'è chi vince o chi perde
doveva andare così
se noi vogliamo dare il dono
rischiare tutto di noi
senza pretendere niente
ma solo seguire il disegno di vivere in pace
Bisognerà ogni giorno rifarlo come il pane
non capisco ancora se potrà l'amore farmi libero o rendermi schiavo
quella paura di sentirsi dire a un certo punto
ti voglio bene ma non ti amo…”
È una ovvietà, ma l’impressione è che ormai da un po’ l’anno abbia smesso di essere una unità di misura significativa del trascorrere del tempo: insomma gli anni passano sempre più veloci e non credo abbia troppo senso darsi cura del loro succedersi. Rimangono tuttavia un metodo efficace per ricordarsi che non abbiamo tutta la vita davanti e che i peccati non rimessi rimarranno non rimessi (cioè che ogni lasciata è persa).
Ieri la serata è trascorsa in maniera contemplativo-imbambolata, fissando una macchia di vino adulterato (perché il vino rosso non può fare macchie blu, ma rosse, al più violacee…). Mi stropicciavo gli occhi, mi guardavo intorno ed ancora una volta eravamo io da una parte ed il mondo dall’altra: mi conforta il fatto che nonostante il tempo questa relazione non si sia annullata: riesco ancora a vedere me che mi muovo muove davanti ad uno sfondo che a sua volta si muove dietro di me, qualcosa di simile ad un meccanismo ineffabile che lega me e lui con fili invisibili ed al tempo stesso ci rende indipendenti. Per una volta non voglio pensare a quello che mi manca o a quello che desidero, ma preferisco guardarmi attorno e godermi quello che già ho, cercando di farmelo bastare.
Stamattina mi sono alzato presto (che poi erano sempre le 10!) perché non volevo sprecare la giornata: oggi c’è un bel sole e finalmente si può camminare un po’ in santa pace. E pensavo. Pensavo che mi manca la mia chitarra elettrica che sta Lecce, mentre io sono a Messina e mi sento un po’ con le gambe tagliate. Pensavo che è strano come la felicità passi attraverso le cose gli oggetti e che sebbene possa suonare poetico il fatto che io con la mia chitarra mi sento invincibile, dall’altro è anche una cosa triste legare la propria felicità a qualcosa che sebbene sentiamo parte di noi è fuori da noi (mi dicono dalla regia che questa situazione si chiama alienazione). In fondo ho io ed ho il mondo: cosa mi manca? È un modo di vedere abbastanza into the wild, ma è profondamente vero. Mi piacerebbe recuperare un po’ di spiritualità, in me ed in tutto quello che mi circonda, nelle persone, nel creato in genere.
Se mi guardo attorno vedo che alla fine sono gli esaltati a fare le rivoluzioni e non le persone tranquille come me. Per questo viviamo in un mondo fanatico, per questo c’è bisogno che mi dia una mossa! Voglio cambiare il mondo investendomi in tutto: in amore amicizia lavoro e musica. Voglio allargarmi, dilatarmi, abbracciare il mondo, perché se c’è una cosa in cui noi esseri umani siamo bravi è quella di allungarci senza spezzarci anche se davvero pochi ne sono consapevoli.
E a questo punto, visto che i ringraziamenti vanno di moda sui blogz, un bel GRAZIE è doveroso, a Dio in primis che mi ha fatto fortunato e paraculo e poi tutte quelle persone che ci sono state, ci sono e ci saranno. Voi non lo sapete o non ve ne rendete conto, ma vi porto sempre con me, nei pensieri, nelle parole, nei modi di dire e di fare.
Io credo al per sempre.
Ciaü! =)
… ed è solo quando mi sento perso, solo allora che ritrovo me stesso. Ritrovo me stesso nella mia musica, nelle canzoni che ho scritto a sedici, diciotto, vent’anni, quelle che mi sono sempre vergognato di cantare. Perché è nella musica che sta l’essenza del pargolo, perché io, quando suono, divento davvero bambino. Questa è una magia che si consuma poco a poco, un’alchimia risultato di una serie fortunata di eventi, primo fra tutti quello di sentirmi irrimediabilmente solo, sentimentalmente, fisicamente, a volte anche spiritualmente. Ed a pensarci, vedere la propria solitudine come risorsa mi sa tanto di povero matto e di certo un po’ lo sono se ancora oggi, con in braccio una chitarra o sotto le dita un pianoforte io mi sento invincibile nonostante i miei limiti. Trascendo il mondo perché lo dimentico e senza mondo io non sono più solo. La pace che Iddio mi dona in questi rari ed intensi momenti di gioia è una delle fortune più grandi che mi è stato concesso di vivere e per le quali posso soltanto essere invidioso di me stesso.
La musica è pace, la musica è tormento, la musica è anima, la musica è tatto, la musica è tocco, la musica è suono, la musica è respiro, la musica è sincronia di pensiero e vita; la musica è un passaggio, è uno spazio aperto, è una tela bianca, è un foglio di carta e una matita; la musica è nuvola, la musica è cielo, la musica è vera, la musica è vita, la musica è sentire, provare, assaporare, soffrire, star male e subito dopo star bene, la musica è morire per poi rinascere ad ogni istante; la musica è pura, la musica è brillante, fa le bolle, son belle, poi scoppiano, ma sono state belle comunque. La musica è sacra, la musica è un gran bel pezzo dello Spirito di Dio e se non ci credete peggio per voi perché significa che non vi siete mai lasciati attraversare ed impressionare.
La musica è preghiera perfetta, perché l’ultima nota così è e così sia.
Questo post si materializzerà non appena avrò il tempo di scriverlo, intanto beccatevi questa interpreazione un po' progressive di "Tu scendi dalle stelle". E' registrata a schifo e suonata altrettanto a schifo, ma al Bambinello piacerà lo stesso spero
tanti auguri di buon Natale!
Aggiornamento del 31 dicembre
L’anno nuovo è alle porte, ma io sono ancora in debito del post di Natale…
Anche quest’anno il Natale è arrivato prima di me e io sono ancora qui che lo rincorro… E dire che stavolta mi ero illuso di poterlo fregare per bene. Avevo cominciato il count-down già da metà novembre quando, tradizionalmente, le varie attività commerciali fanno iniziare il periodo natalizio sfoderando i primi babbi natali appesi, le prime luci, le prime decorazioni, le prime offertone. Agli inizi di dicembre già compievo le prime ronde di perlustrazione alla ricerca dei regali perfetti ed intanto pensavo che a questo Natale non volevo arrivare impreparato e distratto come le altre volte. Mi ero persino detto: “proviamo a fare l’avvento”, perché allenarsi ad entrare nello spirito del Natale con una ventina di giorni di anticipo non sarebbe proprio male.
Poi però gli impegni, le distrazioni, la svogliatezza… finisce che questi giorni passano in fretta e a furia di rimandare mi ritrovo che oggi è l’ultimo dell’anno, e nel mio cuore deve ancora arrivare il Natale.
Perché del Natale appena passato mi sono rimasti soltanto i regali (indubbiamente belli e graditi), il portafogli prosciugato (ma chissenefrega) ed i chili di troppo (oi oi). E tutto questo fa folclore, ma non è Natale. Mi piacerebbe, invece, ricordare la storia di Gesù Bambino, del bue e dell’asinello, del re Erode che fa fuori tutti solo per invidia. Mi piacerebbe tornare bambino per riscoprire quanto è più figo il presepe se ci metti la farina a mo di neve. Ma al di là di questa visione nostalgica quella che non va è la mia progressiva insensibilità, alle cose belle in primo luogo ed alle cose brutte di conseguenza… E, quasi a ricordarmi questa mia “incapacità” di sentire, interviene la mia omonimia col Figlio del Padre Eterno: ogni volta che sento quel “caro eletto Pargoletto” io mi sento un po’ tirato in causa. Eh già perché per me è normale sentirmi chiamare pargolo dalla gente, ma il prete, lui che ne sa? Ed anche l’organista della chiesa che ne sa? Sento come se tutti mi stessero chiamando per dirmi: “hey pargolo guarda che adesso è il tuo turno sbrigati!”. Non so… se ne dicono tante di vaccate sul Natale, fatemi dire la mia.
Non so, mi sento confuso, manchevole, perché poi in fondo il Natale è il compleanno di Gesù Bambino ed ormai invece non se lo calcola più nessuno. Ormai chi ci pensa più al messaggio di tenerezza, alla storia della salvezza universale… E dire che un tempo ‘ste cose le capivo bene, sentivo quel fricciocore al cuore, quell’emozione.
Ad ogni modo il tempo passa, io non sono più quello di una volta e siamo al 2008…
Confidiamo in un 2008 col botto, denso ed intenso, e che ci aiuti anche a riscoprire quanto già avevamo conquistato, ma che, per qualche strano gioco del caso, abbiamo dimenticato.
Auguri di cuore a tutti voi!